![]()
Nome: Francesca De Carlo
Dottoressa Francesca De Carlo
Puglia, Brindisi.
Servizio di consulenza e sostegno psicologico individuale e di coppia per affrontare e gestire disagi personali e relazionali.
Gruppi di auto - aiuto.
Riceve per appuntamento.
tel.3208373828
email: francesca.decarlo@apuliagestalt.it
http://it.netlog.com/bambolina1979
http://www.appuntionline.org/user/7806
http://www.apuliagestalt.it/
http://www.elencopsicologi.it/nominativo.asp?cod=626
http://www.hotfrog.it/Societa/Dott-ssa-Francesca-De-Carlo
http://www.psicologiaitinerante.it/10_Psicologi_psicoterapeuti/Psicologi_psicoterapeuti_puglia/puglia.htm
http://www.segnalasito.eu/categoria/medicina_e_salute/psicologa_consulente_in_sessuologia_psicoterapeuta_in_formazione
http://www.xing.com/profile/Francesca_DeCarlo
visitato *loading* volte
La dipendenza in amore è legata all’incapacità di uscire dall’unione simbiotica con l’altro, è concentrare sull’altro tutti i propri bisogni. Il bisogno crea sempre dipendenza: se si ha bisogno dell’altro, si dipende da lui, si è incatenati a lui, non si è liberi. Eppure l’amore dovrebbe essere la più grande forma di libertà.
Si è dipendenti in amore quando, appunto, si vive all’ombra dell’altro, quando ogni sua decisione diventa la regola che dirige la propria vita, quando si lascia che l’altro scelga al proprio posto, e ci si sente costantemente in obbligo verso qualcuno, trascurando i propri bisogni e le proprie responsabilità. I ‘vantaggi’ che ne derivano, ammesso che si possa parlare di vantaggi, stanno nel fatto che la dipendenza deresponsabilizza verso se stessi in quanto la preoccupazione ossessiva verso l’altro ha come conseguenza la perdita della consapevolezza di sé, di ciò che si è veramente, di quello che si vuole veramente. Quasi sempre c’è incompatibilità d’anima, mancanza di rispetto, progettualità diverse se non addirittura opposte, bisogni e desideri che non possono essere condivisi. E scarsi, se non assenti, sono stati i momenti di comunione profonda e di soddisfazione reciproca.
Perché allora continuare? Perché tormentarsi nella speranza che le cose possano cambiare quando il supposto cambiamento è stato solo desiderato, sognato, immaginato ma mai sperimentato come possibile?
Perché non poter chiudere e allontanarsi, magari tra mille turbamenti, ma con la consapevolezza di una fine che era inevitabile per il rispetto di entrambi? Si potrebbe affermare addirittura che la dipendenza si stabilisce appunto perché c’è il rifiuto. Per quanto paradossale possa sembrare, la dipendenza si alimenta del rifiuto, della negazione di sé, del dolore implicito nelle difficoltà e cresce in proporzione inversa alla loro irrisolvibilità.
Quello che seduce è la lotta.
Quello che incatena è la ingiustificata, assurda, sconsiderata presunzione di farcela. La presunzione di riuscire prima o poi nella vita a farsi amare da chi proprio non vuole saperne. Ma questa compulsione ad oltranza, che spinge gli affettivo-dipendenti a permanere nelle proprie inutili battaglie, non è determinata da una sorta di masochismo psichico. Non è il piacere per le proprie sofferenze che motiva tutte queste persone, bensì proprio l’opposto: la speranza inconsapevole di saturare una vecchia ferita. Di guarire da un male antico.
Perché il rifiuto, l’abbandono, la svalutazione di sé, l’umiliazione, hanno già fatto parte della loro vita emotiva; in un modo o nell’altro sono state queste le esperienze cruciali che hanno caratterizzato il delicato periodo formativo della loro personalità. Si adattano ai bisogni dell’altra persona e "lavorano" molto per farsi amare, convinte che mettendo un altro al primo posto, nei propri pensieri e nel proprio cuore, sia garanzia della dignità di essere amati. Il prezzo pagato è molto alto e consiste nell’annullarsi dicendo sempre di sì a tutti.
Quasi mai l’Altro è visto per quello che è (spesso un egoista chiuso su se stesso, o un nevrotico senza speranza o un approfittatore senza scrupoli); piuttosto è immaginato come sarebbe qualora si lasciasse finalmente amare e con amore ricambiasse tanta dedizione. È di questa immagine, evocata come per incantamento nello specchio magico dell’inconscio, che il dipendente si innamora. Questa modalità genera il vuoto, la perdita di identità, la rabbia della frustrazione di non vedere ricambiate le proprie attenzioni e dedizioni.
Vi è, di conseguenza, un aumento della criticità verso se stessi, maggiori richieste di adeguamento, minor soddisfazione affettiva finché scoppia il malessere rappresentato dalla consapevolezza di una profonda solitudine.
La precoce esperienza sperimentata, di accudire emotivamente uno dei due genitori, od entrambi, per ricevere, inconsapevolmente, quelle attenzioni affettive così basilari per sopravvivere psichicamente, abitua la persona a sapersi prendere cura degli altri, accontentandosi di "briciole" affettive pur di sentire di esistere per qualcuno e di essere, per quest’ultimo, indispensabile.
Spesso, nella donna, ciò determina scelte affettive di partner da accudire emotivamente illudendosi di poter cambiare l’altro come in una sfida aperta con se stessa; dato che non è riuscita a cambiare i genitori, intraprendendo questa impresa, oggettivamente impossibile, credendo, come nelle favole, che il suo accanimento trasformerà un rospo in principe o permetterà ad un cavallo di abbaiare…
La maggioranza degli affettivo-dipendenti confessa di non aver provato quasi mai attrazione verso Altri che, pur avendo tutti i requisiti per essere desiderabili, hanno commesso l’errore di testimoniare un gratuito affetto nei loro confronti. Sono molti i racconti di questo tipo: la donna insegue un uomo inevitabilmente sfuggente, qualche volta bevitore, sempre impegnato in altro di piu’ importante di lei, che la maltratta e non teme di perderla, e tanto piu’ lui esercita questa forma di trascuratezza e sadismo, tanto piu’ lei lo insegue. La rincorsa e’ senza requie, ma vana.
Una psicoterapeuta americana sostiene che le donne che amano troppo in realtà non amano affatto, perché alla base di questo genere d’amore vi è la paura di essere abbandonate che comporta l’attaccamento morboso a qualcuno che si finisce con il ritenere indispensabile per la propria sopravvivenza. La ricerca inesausta di conferme dall’Altro proviene dall’incapacita’ a darsele da se’, queste conferme. “Io ho bisogno di salvarti” è dunque l’unica forma di amore conosciuta da quelle persone che provengono da famiglie fredde emotivamente, che hanno generato nell’individuo che è portatore di questo bisogno, la ricerca di affetto ad ogni costo, attraverso la scelta di partners che ricalcano l’anaffettività ed il distacco genitoriale. Laddove non si è riusciti da bambini a trasformare i propri genitori in esseri caldi e disponibili, ecco che la vita fornisce la possibilità di riscatto, di successo.
Questo genere d’amore è pronto a qualsiasi sacrificio, a lasciarsi calpestare, a credere che nulla è troppo faticoso o umiliante, a sperare che prima o poi il partner scelto darà in cambio amore, gratitudine, sostegno.
Vi è l’annullamento totale di sé al fine di gratificare l’altro, fino a restringere tutta la propria vita intorno all’idea fissa della relazione, trascurando tutto il resto. La convinzione è che tutti questi ‘sforzi’ saranno premiati, perché trasformeranno il partner crudele e disamorato nel Principe Azzurro (come nella fiaba “
Nelle donne, dipendenti affettive, troviamo la presenza di una grossa svalutazione dei sentimenti, profondo senso di colpa e/o di rancore e rabbia. Vi è paura di perdere l’amore, paura dell’abbandono, della separazione, della solitudine e della distanza; il vissuto è quello di "essere in trappola".C’è una profonda negazione di quelli che sono i propri bisogni in quanto la realizzazione di essi la farebbero sentire: egoista, sconsiderata, avida, esigente ed insolente. La scelta ricade costantemente su partners con problemi che hanno bisogno di essere risolti (da problemi economici gravi, problemi coniugali, alcoolismo, tossicodipendenza a problemi ‘caratteriali’, come mancanza di disponibilità emotiva, misoginia, egoismo, irresponsabilità, infedeltà) ed infatti questo genere di donna non è attratta da uomini gentili ed equilibrati, che definisce noiosi, ma si innamora sempre e solo di persone problematiche, spinta da una vera e propria ossessione verso la ricerca di situazioni caotiche che le consentano di esercitare il difficile ed impossibile (in quanto non richiesto) ruolo del "salvatore” Pensano: “se avessimo già un uomo che fosse tutto quanto desideriamo, che bisogno avrebbe di noi? E tutta quella capacità (e coazione) di soccorrere non servirebbe a nulla. Così, cerchiamo un uomo che non sia quello che vogliamo, e sognamo che lo diventi per merito nostro” .Le donne “che amano troppo” sarebbero inclini alla depressione, e proprio l’eccitazione perenne che deriva da un rapporto sentimentale instabile tamponerebbe le cadute depressive. L’individuo che è insicuro ha poca stima di sé, e vive la relazione affettiva come rimedio e metodo di cura ad una scarsa capacità di autoapprezzamento. L’individuo che non si stima dice all’altro: “Se non mi ami, muoio!”, “Se non mi ami non ho il diritto di esistere!”. L’autostima non si nutre solo delle valutazioni e degli apprezzamenti esterni, ma, soprattutto, di ciò che abbiamo interiorizzato e che pensiamo e sentiamo di noi. La “mancanza di autostima” produce un “ bisogno costante d’appoggio esterno: il bisogno di essere stimato dagli altri”. Ma visto che quanto ci proviene dagli altri viene letto attraverso la lente delle proprie esperienze e delle concezioni sul proprio Sé, gli apprezzamenti, anche sinceri, degli altri non scalfiscono minimamente l’idea che si ha di sé, ed innescano, anzi, una dipendenza verso questo riconoscimento da fonti esterne, che agisce come un temporaneo palliativo.
Le persone con bassa autostima hanno un enorme ed inappagato bisogno di amore e di intimità, ma vengono attratte da persone con le stesse problematiche, le quali, dunque, non sono aperte al cambiamento, e che sono capaci solo di prendere, più che dare, per trovare nel partner un rifornimento alle proprie carenze affettive. Ma le risorse per nutrirsi reciprocamente sono scarse, e ciò porta a rapporti fallimentari ed all’aggravarsi della sfiducia verso le proprie possibilità relazionali, alla disperazione dell’essere amati e ad un senso di vuoto ancora più profondo. La dedizione a questi partners ed alle sofferenze emotive assume le sembianze di qualsiasi altra forma di dipendenza (alcoolismo, tossicomania): la relazione viene usata come si usano gli stupefacenti (a volte sussiste anche una vera e propria tossicodipendenza), cioè l’ossessione verso il partner serve a dimenticare il dolore, il vuoto e la paura. Quanto più la relazione fa male, tanto più stordisce, come fosse una droga estremamente potente. E quando la relazione cessa, la mancanza di un partner su cui concentrare tutta la propria attenzione ossessiva è tale da indurre una vera e propria crisi di astinenza: nausea, sudori, brividi, tremori, pensieri ossessivi, depressione, insonnia, panico. Ma, in fondo, l’amore dipendente annulla non solo chi lo agisce, ma anche l’oggetto del proprio amore: se si ama troppo e si giustifica sempre ogni altrui mancanza, addossandosene invariabilmente la colpa, in realtà non si aiuta a migliorare, non si dà la possibilità, attraverso la relazione interpersonale, di sviluppare al pieno le altrui potenzialità. L’amore è invece un percorso di crescita condivisa. Ed, inoltre, l’altro non è realmente amato per quello che è, ma come ricettacolo delle proprie proiezioni ideali, come creatura che potrà essere plasmata secondo i propri modelli interiori, secondo i propri bisogni. Ma nell’amore non si dovrebbe voler cambiare l’altro, perché i suoi confini ci sussurrano di rispettarli e non violarli.
